Knowledge Management: 7 principi teorici sulla gestione della conoscenza

La gestione delle conoscenza in ambito professionale non può fare a meno di alcuni principi, che hanno importanti ricadute sul piano cognitivo.

Ci siamo già occupati altre volte nei precedenti post del tema del Knowledge Management, adottando un approccio trasversale, tale da comprendere il content management, l’analisi dei trends e delle anomalie emergenti e la classificazione e la tassonomizzazione di contenuti informativi in categorie specifiche, a seconda degli argomenti da trattare.

Citando una breve ed efficace definizione coniata da Davenport nel 1994, potremmo definire il Knowledge management come “Il processo che comprende la presa in carico, la distribuzione e l’utilizzo efficace della conoscenza”.

Il Knowledge Management comprende un insieme di tecniche utilizzate per catturare, condividere ed utilizzare le informazioni disponibili per favorire l’assunzione di decisioni all’interno di un business.

Per essere efficace, il Knowledge Management deve aderire ad alcuni principi fondamentali che, pur facendo riferimento a basi per lo più teoriche, hanno anche profonde ricadute sul piano pratico. Eccoli elencati di seguito:

1) La condivisione della conoscenza all’interno dei processi aziendali può avvenire soltanto su base volontaria e non può essere oggetto di costrizione. È possibile misurare l’efficacia del processo di trasmissione delle informazioni, tuttavia non si può determinare in modo assoluto se un impiegato dell’azienda abbia trasmesso o meno tutte le conoscenze che aveva a disposizione in quel momento.

2) Ci ricordiamo di sapere qualcosa nel momento in cui ne avvertiamo la necessità; la conoscenza umana è prevalentemente contestuale e necessita di continui stimoli per essere richiamata alla mente ed impiegata nei casi concreti. A differenza dei computer, che processano le informazioni in modo più schematico, attraverso una divisione più netta tra i momenti in cui sono attivi e momenti in cui sono spenti, la mente umana non dorme mai, e pone in stand-by le informazioni una volta archiviate, in modo tale da poterle ripescare all’occorrenza.

3) Esaminando in questo punto anche le variabili comportamentali connesse alla condivisione della conoscenza, è utile chiarire che in contesti di reale necessità la maggior parte delle persone condivide la conoscenza con altri soggetti. Una richiesta di aiuto in genere non viene rifiutata, a meno che non ci sia il tempo materiale per intervenire e risolvere il problema, o non ci sia un contesto di sfiducia e sospetto.

4) I contesti in cui molti di noi operano sono in genere frammentati. Ci evolviamo attraverso la gestione di contenuti informativi frammentati, che ricaviamo dalla navigazione sui siti Internet o dalle conversazioni con colleghi di lavoro e superiori. Sul piano cognitivo, la nostra mente deve fare uno sforzo nell’assemblare in modo coerente tutta questa mole di contenuti informativi frammentati in documenti strutturati e complessi.

5) Nonostante non sia facile ammetterlo, molti di noi imparano di più dagli errori rispetto ai compiti svolti correttamente. È importante sviluppare una cultura aziendale flessibile, orientata positivamente anche verso gli errori e i fallimenti, slegandoli da un senso di colpa paralizzante che impedisce un percorso di risalita e di miglioramento. Condividere una conoscenza focalizzata anche sugli errori da evitare, oltre ai casi di successo, ha indubbiamente un impatto positivo sull’efficientamento delle strategie aziendali.

6) Il modo in cui abbiamo conoscenza degli argomenti non corrisponde al modo in cui affermiamo di conoscerli. Molte ricerche hanno dimostrato che quando le persone sono alla ricerca di nuove informazioni, utilizzano strategie euristiche e pattern inconsci per filtrare le informazioni ricevute; questo processo avviene nell’arco di alcuni nanosecondi e ci permette di prendere decisioni anche complesse.

7) Quest’ultimo punto richiama in parte il punto precedente: conosciamo più di quanto affermiamo di conoscere, e affermiamo a voce molto di più di quanto riusciamo a scrivere. Il processo che ne risulta fa sì che solo una parte di ciò che teorizziamo con il pensiero si traduca in parola, e una arte ancora minore si traduca in un documento scritto. Avviene una perdita di contenuti tra questi passaggi, e la codifica finale è più povera di conoscenza di quanto non lo sia in partenza.

Fonte: http://www.stephendale.com/2015/01/27/the-seven-principles-of-knowledge-management-2/

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